Ognuno di noi vorrebbe lasciare una traccia del proprio passaggio sulla Terra e fino dagli albori della civiltà si ritrovano incisioni nelle caverne a testimoniare l’interesse dei nostri antenati a fissare nella pietra le prime immagini di un mondo fumigante, sorgente dai vapori primordiali raccontati da Stravinskj ne “La saga della primavera”…fino ad arrivare al quotidiano stillicidio di inutili ammassi di chiacchiere e “paparazzate” che a volte ci fanno amaramente pentire di doverli decifrare…La traccia che oggi lasciamo dietro di noi è spesso così poco lusinghiera che la bava di una lumaca dà miglior prova di sé….ma nulla è perduto definitivamente finché esisterà l’eccezione, l’Artista cui è demandato il compito storico di raccontare la Vita con sublime maestria. Sono gli artisti che ci salvano dalla inutilità dei mediocri resoconti che ci sommergono: qua e là dalle pagine insospettabili di una qualche gazzetta si alza una voce e si è salvi… ecco allora la penna sulfurea dei Longanesi, dei Flaiano, dei Montanelli che ci mostrano impietosamente la distanza tra il vero genio e il pennivendolo…ed ecco nascere il Giornalismo, ovverosia l’arte di scrivere stringatamente per tutti gli assetati….
Vi starete chiedendo, alla Totò: “ Ma questo dove vuole arrivare?”
Ammetto d’averla presa un po’ larga, d’altra parte quando mi è stato chiesto di scrivere su questa splendida rivista di me e delle mie imprese e farmi per una volta giornalista mi sono sentito una vocina nell’orecchio sibilarmi un imperativo che suonava come un “Radames discolpati !“ di antica memoria… in soldoni, ne sarei stato capace?
“Diecimila battute”, mi offre impietosamente l’amico Oscar Prudente. Hai detto prospero! 50 battute per 30 righe fanno circa 7 cartelle….e questa è la prima…

Avrete capito che per me scrivere è stato fin dall’inizio un gioco che solo per caso è diventato una professione. Fin da ragazzino, quando con gli altri compagni di sogni si progettava il futuro, ed il nostro quartiere, la Foce a Genova, stava inconsapevolmente diventando il centro di una piccola rivoluzione culturale che per comodità fu definita Scuola Genovese, io ero stato designato a diventarne lo storico, quello che l’avrebbe raccontata…
Non chiedetemi perché, ma credo dipendesse dal fatto che la mia voce parve inadatta al canto, essendo simile piuttosto a quella del tipico vecchietto da film western…il tempo ha fatto giustizia di questo preconcetto, così come ha dimostrato che la cosiddetta “scuola” non è mai esistita, per l’assenza contemporanea dei maestri e degli allievi: nessuno di noi ha mai incrociato, se non geograficamente, la vita dell’altro… aveva ragione Pasolini quando in uno dei suoi “Scritti corsari” ebbe a dire:
“ Quando qualcuno non capisce, fabbrica scaffali…”
Non nego che uno dei miei sogni era quello di diventare Premio Nobel per la Letteratura, poiché una volta che si sogna bisogna farlo in grande, ma oggi, visti i criteri di assegnazione me n’è passata la voglia: pensate che non l’ebbero Proust, Kafka, Joyce, Borges… credo neanche Ionesco, ma non sono certo…
Comunque, sappiate che scrivere non è difficile, sempre che conosciate un congruo numero di vocaboli ed auspicabilmente il loro significato, e soprattutto la grammatica e le sue sfumature (è tremendo l’assassinio del Congiuntivo che si va perpetrando…). Mentre a Varese davo una mano a correggere le bozze dei suoi libri, l’amico e maestro Piero Chiara mi spiegò che il problema appunto non era scrivere ma piuttosto “cancellare”, cioè togliere il superfluo, praticamente quasi tutto, un po’ come fece Michelangelo con le sue sculture…e questo fa due cartelle…


- la prima, detta “fesso destinato” è il perdente rassegnato, è Totò preso per “ Pasquale maledetto” e riempito di ficozze!
Questo è un fesso così fesso che perderebbe anche le olimpiadi dei fessi.
- La seconda è quella del “fesso colpevole”, ed è, da un punto di vista filosofico, la più interessante.

Solo dopo lunghi studi abbiamo scoperto a cosa si deve la sua colpevolezza: la si deve alla pregiudiziale fesso- non fesso. Già, perché in Italia il furto, la truffa, persino l’omicidio sono veri e propri reati solo se uno è così fesso da farsi beccare. Secondo questa visione del mondo è fesso anche l’innocente che va in galera, o paga per gli altri…Fesso è comunque chi non riesce ad imboscarsi, ad evitarsi fastidi, seccature, guai. Se ad esempio vieni sorteggiato dal Fisco per un controllo,sei già un fesso patentato. Se poi non riesci ad evitare la pubblicità del fatto sei fesso due volte, perché non hai amici giusti e probabilmente frequenti gente fessa come te, il che porta la tua fesseria a livelli esponenziali.
Il meccanismo è chiaramente perverso e scarse sono le difese. Ma qualcosa si può tentare. Ad esempio, in un paese in cui la Giustizia non esiste, si consiglia di preferire la fregatura.
Nella mia già non breve vita ho scritto di tutto e su tutto. Lo scrittore è un logorroico silenzioso, si sente in dovere di interloquire su ogni argomento.
Provate però a chiedergli perché,
probabilmente non capirà la domanda, ritenuta superflua: oh bella, si scrive perché è inevitabile, il bisogno di raccontare (“raccontare è raccontarsi” disse Jack London a suo tempo… o era Steinbeck, che importa?
Come odio le citazioni alla Biagi…non sapendole fare!) è insopprimibile e lo portiamo nel nostro DNA ed è ciò che ciò che ci differenzia dalle bestie. Stabilito questo punto,
il problema sarà allora quale mezzo di trasporto utilizzare per far viaggiare le idee… Da ragazzo pensavo che vestire di parole la musica fosse il massimo della comunicazione possibile, un lavoro piacevole, come pescare le trote in un laghetto per la pesca sportiva, dove abboccano da sole…bastava non dimenticarsi che l’ascoltatore non è interessato alla poesia ma si contenta di quel che lo sembra, che “suona” così poetico da commuoverlo fino alle lacrime. Bastava buttare lì l’esca giusta, il binomio cuore/amore, ed era fatta! Portate nell’aria dalle musiche gradevoli e dagli arrangiamenti accattivanti di “mille violini suonati dal vento” le parole sono così volate leggere per qualche decennio della mia vita professionale, con grande soddisfazione per me e per coloro che le ascoltarono con la necessaria ingenua partecipazione…
Per coloro invece che non ci volevano “stare” e cercavano risposte epocali, una parte degli scrittori di canzonette, i miei colleghi “parolieri” si cimentarono in una gara a chi sosteneva le tesi più banalmente condivisibili, del tipo “siamo tutti fratelli”, “viva la pace, abbasso la guerra”…Non ci vuole molto per capire che, non avendo mai accettata simile logica stavo cominciando ad annoiarmi…e così, da un disgusto all’altro, sono arrivato alla fine della terza cartella… ma che fatica!

Contrario ad ogni retorica ho sempre concepito i miei testi “amorosi” come dei bigliettini da passare sotto la porta di quella stanza chiusa in cui ogni mio ascoltatore è rinchiuso, vuoi per la sofferenza che la solitudine gli provoca, vuoi al contrario per godersi da solo la momentanea felicità… come monadi leibniziane il “pubblico” è una somma di singole anime assetate di condivisione, in attesa di conferme ai propri stati d’animo. Diventa così ovvio progettare il testo tenendo conto delle linee guida che tacciano i confini del “territorio dell’amore”, come argutamente l’ha definito Paolo Conte ne “La giarrettiera rosa”… e né più né meno di come avrei agito se avessi dovuto corteggiare una ragazza, io ho sempre cercato di meravigliare ( “è del poeta il fin la meraviglia…”) con l’imprevedibilità del soggetto, con qualche sorpresa talmente nascosta da non sembrare neanche tale… Qualche esempio? Non sarebbe corretto farne, neppure nei miei propri riguardi, sarebbe una sorta di spionaggio industriale e sarebbe sciocco svelare, per un cuoco dei sentimenti, i segreti della “cottura”…E’ più facile parlare dei testi destinati a ritrarre il protagonista, colui che canterà poi quella precisa canzone. Un paio d’esempi: quando il comune amico Serge Reggiani mi presentò Georges Moustaki, mi annunciò la sua natura levantina che faceva di lui una specie di pastore errante nel Mediterraneo. Mi venne istintivo presentarlo agli italiani come uno “ con questa faccia da straniero” (inventato, perdonatemi la civetteria, sei anni prima di “con quella faccia un po’ così…”). Ne risultò un successo così clamoroso che Georges definì il mio testo migliore dell’originale.
La tormentata vita sentimentale della Vanoni mi suggerì per “L’appuntamento”la lapalissiana:” Ho sbagliato tante volte ormai,
che lo so già che una volta in più che cosa può cambiare nella vita mia?”. L’Italia intera ne convenne…e i rendiconti SIAE pure…

Solo quel simpatico “naive” di Piero Focaccia avrebbe potuto essere creduto se avesse detto ad una signora”fuggisca con me” , tanto che ero certo che avremmo bissato il grande successo di “Permette signora” quando gli scrissi “Chi rovina gli Italiani (è la sua ignorantità)”… purtroppo non avevo calcolato che quasi nessuno si accorse dello strafalcione, a cominciare dai discografici! Avevo tirato troppo la corda, c’è un limite a tutto.
Per concludere il discorso vi offro un piccolo scoop in esclusiva per “Viva Verdi”. Sapete chi è il “piccolo uomo” che non deve andare via? Non ci vuole una zingara per indovinarlo, Concetta: quel tale sono io e l’esclamazione è di mia moglie Giovanna, gridata nel bel mezzo d una sana lite coniugale…è da allora che pretende due ventiquattresimi su ogni pubblica esecuzione…così imparo ad essere rimasto!
Tirando le conclusioni, i testi che ho più amato sono “Il Poeta”, “Ritornerai”, “Se tu sapessi” e “Ti ruberò” nella prima parte di carriera e “Io e il mare” (per Bindi), “L’ufficio in riva al mare”, “Canzone per l’America”, “Almeno tu nell’Universo” e soprattutto “Il colore tuo”, questi ultimi tre scritti sulle musiche di Maurizio Fabrizio, nella seconda parte. Il mio merito in certi casi è stato relativo: ci sono musiche che è impossibile “servire” male..! Ma quanta poca musica valida è in circolazione di questi tempi…Io ho provato, come i librettisti d’Opera di un tempo, a provocarne la nascita scrivendo i testi prima che il compositore mi obbligasse a scelte forzate, scegliendo metriche e percorsi che lo obbligassero ad uscire dai canoni consueti e prevedibili, ed è stato proprio nel corso della creazione delle canzoni de “Il dorso della balena” scritte di concerto con Fabrizio che mi sono
imbattuto involontariamente nella Poesia, quando mi sono accorto che in parallelo ai testi stavano nascendo versi “autonomi” che non avrebbero potuto venir musicati perché bastavano a sé stessi…
Vorrei che si riflettesse di più sull’autonomia della Poesia, prima di dire la solita cavolata, e cioè che i testi delle canzoni sono anch’essi “”poesia”…la Parola ha una sua musicalità che prescinde dall’accompagnamento musicale, il quale, se c’è, finisce inevitabilmente per svilirla, non nel senso che essa perda valore ma perché, dal momento della fusione con la Musica, essa stessa non potrà mai più conoscere la propria valenza…Mi rendo conto che il terreno è minato, per questo proverò a fare un esempio: come posso ormai sapere il valore del testo di “Ritornerai” se non posso liberarmi di quell’ossessivo ritmo da bolero raveliano?
I sentimenti che susciterà nell’ascoltatore saranno in qualche maniera indecifrabili e la loro corretta fruizione dipenderà da fattori emotivi comunque circoscritti dalla struttura ritmica di sostegno. Liberando la Parola dalle pastoie di una convivenza forzata ci accorgeremo di esserci scavati una via di fuga dalla inevitabile banalità del “già ascoltato”…Ed ecco che scrivo:

“Un altro giorno dato in pagamento/all’infame cambiale/
fino all’esaurimento/del debito iniziale…”


Cosa ci metti sotto,un valzer,un tango, un rock? E ancora:

“Lampi d’estate/queste tue malcelate/quotidiane dentate nella vita./Andarsene da qui/ l’unica uscita/ma traversare la stanza/ è una salita”.
Come si può musicare questa Poesia?
Come si fa a farla piacere a tutti?
Come farla accettare in società?
Il fatto è che scrivere non è una vanità dello scrittore ma un suo bisogno profondo,è il suo Karma, il suo Destino, e se le canzoni ne sono l’ aspetto più immediato ed ingenuo, mano a mano che si “cresce” anche il testo più concettoso finisce per sembrare un linguaggio troppo adolescenziale, e tu non ti diverti più…

Così sono nati i miei primi tre libri di poesie (il quarto è in faticosa costruzione…), “I mari interni” e “Riapprodi”, unificati poi in un solo volume dal titolo “Versi facili”, ed “Esercizi di sguardo”, entrambi pubblicati dalle Edizioni Marittime , cioè da me…introvabili se non sul mio sito, www.brunolauzi.com….
Ora sono entrato in una fase nuova, che mi fa privilegiare la prosa, il racconto lungo o romanzo breve, come volete chiamarlo. Credo che questa scelta di linguaggio sarà definitiva, d’ora in avanti sarò destinato a raccontarmi per interposti personaggi. Onestamente ci ho messo vent’anni per arrivarci tra crisi di creatività e ripetuti abbandoni per scoramento, più un numero imprecisato di porte sbattute in faccia, e se non fosse stato per l’appoggio determinante di Franco Battiato che ne ha perorato la pubblicazione presso la Bompiani, il mio incredibile “Il caso del pompelmo levigato” sarebbe ancora posteggiato nel regno dei sogni… Perché l’ho definito incredibile? Perché ha sorpreso anche me che ho iniziato a scriverlo in un caldo e noioso pomeriggio dell’84 lasciandomi andare ad una sorta di “scrittura automatica” che si è andata sviluppando per germinazione spontanea…Ultimamente, invitato ad intervenire ad un seminario di scrittura creativa per giovani studenti mi è venuto da affermare il seguente principio: “Scrivete sempre in modo da essere voi stessi i primi a meravigliarvi di ciò che avete scritto, evitate le secche del luogo comune e soprattutto del politically correct, scoprite ciò che nascondete dentro di voi”.
Il successo crescente del libro sta a dimostrare che la fantasia non è morta, c’è ancora spazio lontano dai biechi calcoli dei venditori di fumo. A questo proposito non resta che rilevare la situazione penosa in cui versa ormai la musica cosiddetta “leggera” in tutto il mondo…. Sento di essere giunto in un porto sicuro, e sono lieto che mi abbiate dato l’opportunità di affermarlo. In 12.600 battute.

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