"L'ECO DI UMBERTO, OVVERO UMBERTO L'ECO"
Questo titolo ha un
suo perché.
Dovete sapere che, come la quasi totalità degli artisti,
Umberto aveva il problema di sentirsi durante i concerti.
In genere è un dramma per tutti, poiché nessuno
può ritenersi soddisfatto nel constatare che il volume
è inspiegabilmente inferiore a quello desiderato
(fosse per i cantanti, l’unico livello accettabile
dovrebbe essere pari a quello di un quadrigetto in decollo…),
ma con lui il “mugugno” raggiungeva vertici
insperati perché se per i colleghi si trattava di
emissione di suono, per lui ...che non poteva onestamente
contare sulla propria intonazione, quantomai approssimativa,
era il “vestito” del suono che importava, dando
alla sua voce la profondità degli spazi siderali
da cui sicuramente proveniva…
Dal che derivava una situazione di perenne disagio, in cui
lui si muoveva come la parte lesa in un processo interminabile:
quando, si domandava, sarebbe finito codesto martirio? Ne
andava della qualità della vita… Mitico era
il suo bisbigliare per tutto il concerto , a mezza bocca
per non farsi intendere dagli astanti:” Metti l’eco,
leva l’eco!”, non riuscendo mai a farsi comprendere
appieno e ad ottenere perciò completa soddisfazione.
Il problema è che l’eco, a volerla dire tutta,
aveva per lui nel campo sonoro la stessa funzione che per
certi paesaggisti ha quel fondo cilestrino preparato a diventare
più tardi il cielo del dipinto.
Insomma, era una figura
retorica del suo discorso musicale, figura retorica ma sostanziale,
perché, giustamente, Umberto si sentiva ospite indesiderato
in questo tempo e in queste plaghe disgraziate,messaggero
di melodie ed armonie che tendevano al sublime. Se mai ci
fu uno che seguì il consiglio del poeta brasiliano
che disse :”Il problema per l’artista
non è essere moderno, ma essere eterno”,
quello fu il mio amico.
Ecco, Umberto veniva dall’Eterno ed all’Eterno
tendeva, e vi avrebbe teso sempre…sarebbe bastato
solo un po’ d’eco a sospingerlo in un’atmosfera
chimerica con definitivo approdo, lui naufrago di terra…
Ecco perhé Umberto è passato accanto a noi
aggrappato al relitto della sua - ma che dico, nostra -
esistenza: non conta raccontare la sua
patetica storia umana da pulcino tenero e implume, impreparato
alle battaglie, attrezzato al sogno ed a null’altro.
Disprezzo profondamente chi, incontrando il suo sguardo
che cercava le stelle, si soffermava ad indagare o peggio,
a irridere la sua assenza di corporalità nell’accezione
più brutale del termine.Umberto non è morto,
perché in senso terrestre, non è mai esistito.
Ma di lui resterà sempre un eco…
.............................................................................................................................................................................
......................................................................................................................................
.............Indice